Essere educatori e testimoni della Gioia Piena

Essere educatori e testimoni della Gioia Piena

Dal 20 al 23 febbraio si è svolto a Bologna il XV Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile che ha visto una partecipazione numerosissima: ci siamo ritrovati insieme nel capoluogo emiliano in più di settecento delegati da 165 diocesi italiane. “La Cura e l’Attesa – Il buon educatore e la comunità cristiana”, questo il tema principale e filo conduttore di tutto il convegno durante il quale si sono susseguite diverse testimonianze e laboratori in cui abbiamo cercato di analizzare l’importanza e il significato profondo della figura dell’educatore e come poter essere buoni educatori. Ci siamo, insomma, posti delle domande alle quali, insieme e un passo alla volta, abbiamo cercato di rispondere. Chi è un educatore e che cosa vuol dire educare? Come essere testimoni ed esempi di fede?

Essere educatori non significa avere un’etichetta che ci renda tali e non lo si può nemmeno diventare seguendo un manualino di istruzioni, ma possiamo essere educatori solo e semplicemente nelle relazioni che intessiamo. Relazioni di cura, perché davvero ci prendiamo cura dei nostri ragazzi e dei loro bisogni, e di attesa, un’attesa che sa di speranza per tutto quello che di bello potrà fiorire. E’ quindi evidente che non può esistere la ricetta perfetta per essere un educatore modello perché le relazioni sono in continuo divenire e “i giovani sono libertà in costruzione”, come ci ricorda don Michele Falabretti, responsabile del phentermine Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile. La missione educativa è un cammino, quasi come il gioco dell’oca, dove più che la meta la parte più divertente è il viaggio: si potrà anche essere costretti a tornare indietro, a passare dalla stessa casella due volte, oppure a dover ricominciare tutto da capo, ma ogni casella, ogni passo compiuto, ci renderà più ricchi di esperienze e di testimonianze. E in questo lungo viaggio l’educatore è sia compagno sia guida; accompagna i giovani, li ascolta, li incoraggia e li guida, pone loro delle domande senza necessariamente dare subito delle risposte, e attende speranzoso di vedere i frutti.

Educare, però, non è solo questo, ma è anche e soprattutto insegnare a vivere, far sentire ai giovani come la nostra vita sia importante e preziosa, qualcosa di davvero straordinario e sacro perché ammantata di mistero. E per riuscire a trasmettere tutto questo occorre innanzitutto amare la vita con i suoi misteri e con le nostre fragilità. Sì, perché tutti noi siamo umani e quindi fragili, ma la nostra fragilità non è una debolezza bensì una forza, quella forza che ci fa avere bisogno l’uno dell’altro, che ci fa amare gli uni e gli altri “a prescindere”, che ci rende testimoni veri e autentici della Gioia Piena, del fatto che le nostre ferite possano essere risanate, le nostre incertezze chiarite, le nostre mancanze colmate per diventare nuove opportunità.

Dopo aver analizzato la figura dell’educatore, i lavori del convegno si sono poi conclusi con un mandato per tutte le diocesi per costruire insieme un percorso di ascolto dei giovani e di discernimento sulla missione educativa, anche in prospettiva del prossimo Sinodo dei Vescovi nel 2018 (“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”) al quale siamo chiamati a partecipare attivamente.

Francesca Marrollo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.