La cura e l’attesa: la cronaca!

SFIDA EDUCATIVA: LA CURA E L’ATTESA

“La cura e l’attesa, il buon educatore e la comunità cristiana” è il tema del XV Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile svoltosi a Bologna dal 20 al 23 febbraio 2017.

Veniamo accolti da Don Michele Falabretti, Direttore del Servizio Nazionale per la Pastorale  Giovanile il quale saluta l’assemblea spiegando il motivo della tematica scelta per questa tre giorni: “Focalizzarsi sulla figura dell’educatore è fondamentale, più e prima delle cose da fare, c’è bisogno di persone disponibili e competenti che sappiano tessere relazioni educative buone ma non solo; c’è bisogno di fare alleanza e di fare squadra fra educatori, famiglie e comunità. Un esempio che ha portato frutto lo hanno rivelato le due grandi esperienze del 2016: il Giubileo dei Ragazzi a Roma e la Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia”.

La conversazione introduttiva viene tenuta dal brillante Prof. Vittorino Andreoli (classe 1940 – psichiatra e neurologo) il quale si complimenta con l’organizzazione riguardo il titolo del Convegno in quanto hanno centrato le caratteristiche fondamentali dell’educare, “la cura” e “l’attesa” appunto, a lui molto care poiché sono il punto d’incontro del medico, del sacerdote, del religioso e del laico impegnato.

Egli tiene a sottolineare la differenza fra cura e terapia, quest’ultima si occupa di un organo specifico mentre la prima riguarda l’uomo nella sua interezza: il corpo, la mente e le relazioni umane. Senza attesa poi, non c’è speranza, la cura ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita.

Pone quindi una domanda a cui segue un’immediata risposta: “Quale adulto per una educazione possibile?”- “L’educatore non è uno status ma si vede nelle relazioni che ha con chi deve allevare e per relazione intendo che deve essere interessato all’altro, deve avere bisogno lui stesso dell’altro”. A questo proposito aggiunge: “Internet creerà emozioni ma non legami, non è in grado di sostituire le relazioni umane!”.

Il Professore continua con un discorso intriso di realismo accompagnato da una piccola parte di pessimismo ma ben presto riesce a proporre una possibile via illuminata: “Educare vuol dire insegnare a vivere ed oggi ci sono ragazzi che non sanno vivere! Non lo sanno perché è l’adulto che per primo è in una profonda crisi esistenziale data da una società che per certi versi sta regredendo!” – “Questa crisi penso che potrà donare agli educatori una forza particolare, dobbiamo partire dalla parola <<fragilità>> phentermine che non ha niente a che fare con la debolezza ma è un termine che definisce la condizione umana. Molte cose sono chiare e si possono chiarire ma per altre non siamo in grado di dare una risposta. Bisogna amare il Mistero, amandolo si ama l’Uomo. L’esempio più straordinario di fragilità è dato da un uomo di nome Gesù che alla fragilità ha unito la misericordia”.

Il termine “fragilità” torna nelle parole dell’omelia di S.E. Mons. Nunzio Galantino (Segretario Generale della CEI) il quale presiede la Santa Messa di apertura del Convegno presso la parrocchia del Corpus Domini di Bologna. Galantino afferma: “Oggi, accettare il compito educativo significa anche incontrare una fragilità, non vogliamo certo essere pessimisti ma non dobbiamo risultare nemmeno ingenui e chiudere gli occhi sulle fatiche di crescere oggi (il tormento della mamma di Gio, il sedicenne che si è tolto la vita a Lavagna, ne è un drammatico esempio)”.

CHE COSA RENDE UN EDUCATORE CREDIBILE? L’AUTENTICITÀ

La figura dell’educatore prende sempre più forma attraverso le relazioni della seconda giornata. Il primo intervento è di tipo pastorale presieduto da Mons. Erio Castellucci, Vescovo di Modena mentre il secondo, ha un taglio pedagogico e viene esposto dalla Dott.ssa Chiara Scardicchio, Docente di Pedagogia Sperimentale all’Università di Foggia.

Castellucci, a proposito dell’educatore, afferma che: “E’ una figura adulta che sa parlare al plurale e non dice mai “i miei ragazzi”, ma coinvolge anche altre figure; sa pronunciare dei “no” al momento giusto perché non teme di essere meno amato; è paziente e non pretende di vedere subito i risultati che purtroppo, spesso non arrivano”. Il Vescovo, facendo riferimento al suo passato scout, spiega che solo facendosi compagni di vita è possibile essere adulti credibili e riporta un aneddoto che spesso ha vissuto: “Davanti ad un cammino, spesso ripido, dicevo ai ragazzi – vedete la meta? Non è la stessa cosa raggiungerla a piedi sudando e faticando o arrivandoci in seggiovia belli riposati. Se ce la sudiamo la gusteremo di più, sarà nostra per sempre. – Non li ho mai convinti, questo è sicuro, ma sono convinto che sia giusto così”.

La Dott.ssa Scardicchio invece, focalizza il ritratto di una figura sempre in ricerca: “Ciò che rende l’educatore credibile e autentico è la capacità di mettersi al cospetto della sua storia personale, anche del suo inferno così da poter affrontare con credibilità chi gli viene affidato. È l’esperienza che educa. Riconoscere le proprie ferite aiuta a essere credibili”. Dunque, anche questa volta, torna il bisogno di comprendere la nostra fragilità.

Sono molti gli esempi che il docente riporta per far comprendere quanto è importante rendersi conto che non siamo invincibili e perfetti.

Uno su tutti è un aneddoto accaduto ad una ragazza atea di Molfetta che ha avuto la fortuna di incontrare Don Tonino Bello al supermercato. Lei era incinta, il Vescovo gli dice “Ma che bello, come sei giovane, sei già mamma, auguri!”, la ragazza reagisce bruscamente: “Lasciami stare, tutti mi dicono che è il figlio del peccato, io e il mio fidanzato non siamo sposati!”. Lui ribatte: “Ma tu e il tuo fidanzato vi amate?” – “Sì” – “Ma che bello, auguri”. La ragazza, esterrefatta risponde: “Sei la prima persona che mi dice auguri…”. Il Vescovo Bello ha provocato un’esplosione di affetto nella vita di questa donna che si è sentita amata a prescindere dalla sua storia. Nonostante una deviazione della regola, le è giunta una benedizione.

Nella serata di martedì, ci siamo spostati a Ravenna per visitare la città e per vivere un momento di raccoglimento durante la veglia celebrata a Sant’Apolinare in Classe dal Vescovo di San Marino, Mons. Andrea Turazzi. Egli, nella breve omelia, ha esortato a rileggere i verbi del brano tratto dal Libro del Deuteronomio (32, 6-13) proclamato poco prima dove si descrive la cura del Signore: trova, circonda, alleva, custodisce, veglia, vola, solleva, guida e nutre.

L’ORATORIO NON È UN PROBLEMA, È LA RISPOSTA

La terza giornata è iniziata con la formazione di gruppi che hanno sviluppato ognuno un tema di attività pratica della vita oratoriale e scolastica. Al pomeriggio, invece, una relazione riassuntiva ha chiuso gli interventi formativi degli esperti. I relatori sono stati il Dott. Nando Pagnoncelli (Sondaggista, Presidente di Ipsos) e il Dott. Marco Moschini (Direttore del corso Gestione e Coordinamento dell’Oratorio dell’Università di Perugia).

Pagnoncelli ha illustrato la risposta al questionario Ipsos che è stata compilata da 110 diocesi su 221; purtroppo solo il 50% ha aderito all’iniziativa ma comunque, afferma che una fotografia si può dire che è stata scattata. Prosegue dicendo che se non ci fosse l’oratorio come luogo dove impiegare bene il tempo disponibile, ci sarebbe poco o niente. Più presenti al Nord, nella loro ricca offerta di gioco (88% delle realtà intervistate) e doposcuola (83%). Meno forte ma presente la formazione spirituale (73%).

I dati presentati da Pagnoncelli sono stati poi oggetto di riflessione da parte di Moschini che esordisce dicendo: “<<Vado in chiesa!>> per me quando ero piccolo significava che andavo a giocare a pallone con il parroco e gli educatori. Forse non c’era oratorio ma c’era il cuore dell’oratorio. C’era passione educativa”.

Ha insistito Moschini sul fatto che oggi l’oratorio è importantissimo. E la parola chiave è “esserci”. “È strumento unico e speciale soprattutto perché non ha un modello, ma si modula sulle esigenze delle persone, sui ragazzi. È un modello nella sua informalità”.

TRE PASSI COMUNI PER FARE SQUADRA

Per affrontare l’ultimo giorno è stato necessario munirsi di scarpe comode e scorte d’acqua, ci siamo recati a piedi, dal centro di Bologna al Santuario della Vergine di San Luca, pregando e cantando per circa tre chilometri. Ad attenderci, per concludere il convegno, era presente l’Arcivescovo di Bologna, Mons. Matteo Zuppi, il quale ha celebrato la Santa Messa di chiusura. Zuppi ha esordito dicendo: “Avete percorso il Cammino di Santiago dei bolognesi, da qui salgono sportivi, penitenti, ecologisti e chi, come voi, vuole affidarsi e affidare i giovani alla Madonna, donna fragile ma fortissima nell’amore”. L’Arcivescovo, durante l’omelia, ha messo in guardia dicendo: “Non scambiate fragilità e umiltà come quelle di Maria con la debolezza. Insegnate quindi ai giovani ad essere amici dei poveri, di quelli che il mondo spesso ignora o schiaccia”. L’Arcivescovo ha proseguito affermando: “Non chiediamoci che cosa dobbiamo fare ma che cosa dobbiamo essere. Conserviamo il sale che abbiamo in noi e che ci ha dato Gesù. Il sale dà sapore alla nostra vita, ma per non perderne il gusto dobbiamo conservarlo. Come? Riscoprendo il senso della vita donandola agli altri, rendendo salata la vita degli altri, dei piccoli”.

A conclusione della celebrazione, Don Michele Falabretti, Direttore CEI del Servizio Nazionale, ha salutato i partecipanti esortandoli a compiere “tre passi”: tornare nelle proprie diocesi per rileggere le pratiche pastorali avviando percorsi di alleanza educativa sui territori, nelle parrocchie, aumentando le competenze educative; restare in ascolto dei giovani sia scendendo nelle piazze che attraverso i social networks oggi a disposizione; proponendo un’esperienza di cammino diffuso nelle diocesi con i giovani in marcia verso i luoghi sacri.

All’uscita dal Santuario ci si affretta a salutare le persone conosciute in questi giorni o con cui si sono ristretti rapporti già maturati nel tempo. Il sole presente ha scaldato l’ambiente ma soprattutto i nostri cuori. Molto ci sarà da fare in questo anno, soprattutto in previsione del Sinodo dei Vescovi del 2018 sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

I “tre passi” tracciati da Don Michele sono in salita, forse ripida, ma se si ripensa ad un altro momento della riflessione del martedì di Mons. Castellucci, ci si può rincuorare: “Educare è imparare ad amare il sentiero più che la meta”. Avanti, il cammino prosegue.

Pietro Zeme

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